La strada che sale da Porlezza verso la Val Sanagra è dolce e ben tenuta.
La percorro per la prima volta pochi mesi dopo essermi trasferito dalla Toscana alla Lombardia. Ho negli occhi lo stupore delle prime volte e nel cuore la malinconia di chi sta ancora imparando a chiamare casa un posto nuovo. I colori, i profumi, persino il modo di fare delle persone sono diversi da quelli a cui ero abituato.
Non fa freddo. È un giovedì mattina.
Mentre quasi tutti lavorano, io sono tra i pochi fortunati che camminano nel Parco della Val Sanagra.
La salita verso Barna è ripida. Raggiungo il paese in poco più di venti minuti, con nelle gambe l'energia di un giovane esploratore e la curiosità di chi non sa ancora cosa troverà dietro la curva successiva.
Le aspettative non vengono deluse.
Alzo la testa e davanti a me appare il Monte Crocione. Intorno, un piccolo paese immerso nel silenzio. La pace è interrotta soltanto da qualche anziano che lavora ancora la legna nel bosco e dal rumore lontano delle motoseghe.
Proseguo fino a incontrare le indicazioni per il Rifugio Menaggio, poco meno di due ore di cammino. Qualche goccia di sudore compare sulla fronte mentre una finestra tra gli alberi si apre sul Lago di Lugano.
Poi ne vedo un altro. Per un attimo mi confondo. Poi capisco. Non è un altro lago. È il Lago di Como.
Resto qualche secondo fermo a guardarlo.
Continuo a camminare fino a raggiungere La Piazza, un piccolo borgo curato con una precisione quasi sorprendente. Le case sembrano appena costruite, ma osservandole si percepisce il lavoro paziente di mani esperte.Ora Porlezza è alle mie spalle.
Davanti a me si apre il Lago di Como. Riconosco la Grigna Settentrionale, la Grigna Meridionale, Lecco e Bellagio. Tutto è avvolto da una sottile foschia che sembra messa lì apposta per impedire a una fotografia di restituire davvero quel momento.
Per la prima volta ho il Lago di Lugano alle spalle e quello di Como davanti agli occhi.
La salita prosegue. Un cavallo pascola libero poco distante dal sentiero. Io lo sfioro con lo sguardo mentre continua a brucare senza prestarmi attenzione.
Proseguo guardando le indicazioni per il Rifugio Menaggio. Qualche mese prima avevo provato a raggiungerlo senza successo: ero con Marshall (il mio golden retriever) ed un tratto di neve ci aveva costretti a tornare indietro. Allora non me la sentivo di rischiare.
Adesso la bella stagione è alle porte e la temperatura è perfetta, quindi salgo tranquillo perché so che il sentiero è sgombro. Mi godo la pace ed il silenzio, non ho ancora incontrato nessuno.
Il bosco fitto, la roccia e il tappeto di foglie secche accompagnano ogni passo. Quando cammino in montagna ascolto sempre i rumori che mi circondano, è per questo che la sorpresa arriva ancora più forte.
Una piccola volpe compare all'improvviso.
Per un istante sobbalzo. Poi mi accorgo che è lei a osservarmi.
Mi fermo e faccio qualche passo indietro per lasciarle spazio. La volpe si lancia verso il basso, ma dopo pochi metri si immobilizza tra i rami. Io, nel frattempo, sto già cercando di riprenderla. Non mi era mai successo, che sorpresa!
Riprendo il cammino fino a scorgere l'ultimo tratto di salita verso il Rifugio Menaggio.
Quel nome mi accompagna da tempo. Sono quasi certo di averlo visto anni prima, scorrendo distrattamente le storie di qualcuno quando vivevo ancora a Firenze. Mi sembrava uno di quei posti lontani che osservi per qualche secondo e poi dimentichi... o almeno così credevo.
Adesso sono qui, in mezzo a quelle montagne che allora sembravano irraggiungibili.
Il Rifugio Menaggio appare tra le rocce con la sua pietra chiara e le scritte rosse. Sorge ai piedi del Monte Grona, in una posizione che domina il lago e le montagne circostanti. La stagione deve ancora cominciare davvero, quindi le porte sono chiuse e il silenzio avvolge ogni cosa.
Nel fine settimana riaprirà, e tra qualche settimana tornerà a vivere ogni giorno.
Mi appoggio alla balconata e osservo il lago. Le montagne emergono dalla foschia come isole sospese tra le nuvole.
Resto lì qualche minuto. Poi riparto.
Imbocco il sentiero che sale verso la forcella e incontro il cartello che avverte della frequente caduta di sassi. Senza quasi accorgermene aumento il passo.
Non salgo alla vetta del Grona. Proseguo invece verso Sant'Amate, un piccolo oratorio appoggiato sulla montagna, rivolto verso Porlezza e le valli sottostanti. Offre riparo dal sole e dalla pioggia e sorge a metà della cresta che conduce al Monte Bregagno.
È un luogo semplice e di pace.
L'unico rumore è quello dell'acqua che scorre nella fontanella poco distante. All'interno, due piccole luci rosse ricordano il santo a cui è dedicato.
Da qui lo sguardo corre lontano: vedo le montagne della Svizzera interna, il massiccio del Monte Rosa e le ultime tracce di neve verso l'alto lago.
Ma il momento più bello arriva poco dopo. Supero le ultime rocce, raggiungo la cresta e mi affaccio su un balcone naturale sospeso tra i due laghi e le montagne.
Resto qualche istante in silenzio. So già che tornerò presto da queste parti.
Perché ci sono luoghi che si visitano una volta e altri che, senza chiedere il permesso, iniziano a farti sentire a casa.
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