Le prime tre cose che ho imparato durante la mia prima escursione in montagna
Le tre lezioni:
Torniamo indietro di un paio di anni.
Mi trovo vestito con pantaloni della tuta e sto chiudendo il bagagliaio della macchina dopo aver preso le ultime cose. Ho sulle spalle uno zaino comprato qualche giorno prima. Ai piedi, scarponi impermeabili quanto la carta velina.
Ma li rispetto, sono i miei primi scarponi da trekking ed in loro ho riposto le speranze di un nuovo inizio nella mia vita. Mi sono lasciato da poco, il lavoro va una merda e quindi quelle scarpe devono per forza aiutarmi a risollevare la situazione. Mi guardo attorno, tiro un sospiro e sono pronto per partire. Sto per fare la mia prima vera escursione in montagna!
Accanto a me, il mio compagno di escursione del momento. Lui è più esperto di me, e si sistema le bacchette con disinvoltura mentre io cerco di capire come regolare le mie: sono quelle della sua ragazza che ogni tanto lo accompagna in montagna e che oggi ha prestato a me, perché non ho neanche quelle. Mi muovo con l'elasticità di un tavolo di legno ed intanto il mio corpo comincia a scaldarsi. Ho il respiro pesante.
Alterno momenti in cui sudo tantissimo ad altri in cui percepisco un gran freddo . Insomma è da un pò che non mi muovo ma perbacco sono messo così male? Tra una goccia di sudore ed un laccio sciolto, arrivava come un fulmine la mia prima lezione della giornata: per andare in montagna bisogna vestirti adeguatamente. Ed io sono e mi sento tutto tranne che adeguato in quel momento. Non ho punti di riferimento e non mi sento a mio agio.
Mi sono perso in troppe chiacchiere la sera prima, preso dalla foga di partire per il trekking, che mi sono dimenticato piccoli particolari importantissimi.
Si tratta di un percorso semplice (quante volte ci hanno ingannato con questa parolina), sono solo 800 metri di dislivello ma io che ne so, sto ancora cercando di capire come mai ho caldo e poi freddo in continuazione!
Intanto, attorno a me, noto che ha piovuto qualche giorno prima e le foglie cadute dagli alberi hanno coperto interamente il percorso. Mi consola il fatto di avere quegli scarponi ai piedi, perché ho riposto dei sogni in quelle suole, e non mi aspetto che mi tradiscano da un momento all'altro.
Le scarpe infatti vanno benissimo, è la testa che non mi assiste perché l'ho appesantita con i pensieri dei mesi precedenti. L'ho portata in montagna per fare in modo di dimenticarmela tra un passo e l'altro.
Mentre cerco di prendere confidenza sia con il mio corpo che con l'ambiente, ecco che infilo il piede nel posto sbagliato. Maledette foglie!
Avevano coperto una pozzanghera ed io mi ci sono infilato dentro.Fare un'escursione con il piede bagnato equivale a soffrire per tutta l'escursione. Ma farlo durante la tua prima escursione ti fa sentire più inadatto di quanto tu già non ti senta.
Paragonerei l'esperienza al fare l'escursione con qualcuno che si lamenta tutto il tempo. Un incubo.
E' inverno, fa freddo, ho il piede bagnato ma potrebbe comunque andare peggio. Potrei essere a lavorare ed avere l'ennesimo cliente che mi vomita addosso la sua frustrazione! Meglio il piede bagnato.Poi penso che ho nello zaino un sacchetto di plastica che avvolge i due panini che mi sono portato. Userò quello per infilarci il piede e mantenerlo lontano dal bagnato perché voglio continuare. Inizialmente la soluzione sembra funzionare, poi il sacchetto si buca e sono di nuovo al punto di partenza. Ecco la seconda lezione: per andare in montagna bisogna vestirsi adeguatamente e usare la testa.
Il piano di poterla abbandonare da qualche parte, fallisce miseramente coperto dal fango e dalle foglie e da un sacchetto di plastica.
Comincia la prima salita della mia relazione con la montagna. Se mi si vedesse dall'esterno, sembrerei appena uscito dalla doccia. Il sudore si mischia all'umidità creando una bolla insopportabile. Non riesco a staccare lo sguardo da terra, sono concentrato sui passi e neanche mi rendo conto di quello che ho intorno. Sbavo parole a caso provando a dire qualcosa di sensato, ma non ce la faccio. Un'interminabile ora dopo, durante la quale trattengo la voglia di mandare tutto a rotoli e tornare a casa, arrivo finalmente sul crinale.
L'erba sbattuta dal vento, i segni rossi e bianchi che ancora non so leggere, è tutto così nuovo ed estraneo. Mi aggrappo alla consolazione che fra poco la mia fatica verrà ripagata da una bella vista.
Ma contemporaneamente, la montagna sparge al vento il suo pensiero, chiama le nuvole ad ascoltare e caccia via il sole. Mi guarda con la sua imponenza e mi parla attraverso una folata: eccone un'altro! dice.
Siamo quasi sulla cima e posso finalmente alzare la testa, desideroso di trangugiare il mio premio ed il mio pranzo. Lo sguardo cambia traiettoria, butto lo zaino a terra, e guardo. LA NEBBIA TOTALE! IL NULLA ASSOLUTO! Non vedo neanche più il mio amico.
Intanto, la montagna continua a ridere di me, e mi scaraventa addosso la terza lezione. Lo fa avvolgendomi bruscamente nel bianco impenetrabile delle nuvole e grida: la tua fatica è stata inutile.
Eppure non riesco a smettere di essere felice. Mi sento un amante non corrisposto, piccolo e privo di significato davanti a lei. Ma sono felice per me, perché è un regalo che ho deciso di farmi da solo.
Cosa ho imparato? Ce la posso fare! Cosa posso migliorare? Devo cambiare atteggiamento e stare in ascolto. Errori da principianti? Non aver controllato il meteo prima di partire.
In realtà va bene così. Le bastonate ricevute oggi saranno i miei punti di partenza. Perché la sera, sotto la doccia, ripenso alla giornata e mi sento infiammare. Mi batte forte il cuore, mi sudano le mani e l'adrenalina non mi lascia. Le provavo prima queste cose e allora realizzo: mi sono innamorato. I passi, le scarpe, lo zaino, il sudore, il crinale, la vista, il silenzio, la fatica, l'umido, il bosco, le foglie. E' il mio corpo che si mischia con l'ambiente, sento una connessione. Si accende la felicità non ripagata di un ragazzo che fa il receptionist ma che si è appena innamorato della montagna.
Ed è qui, che comincia la mia vi(t)a.
Daniele
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